ESSERE PARTE ATTIVA, PROTAGONISTI E NON OSPITI DEL NOSTRO TEMPO!

sabato 3 ottobre 2009

Acqua di rubinetto o acqua in bottiglia? Scegliamo con intelligenza

Lo spettacolo dei martiri dell’acqua minerale, che si affannano trascinando o caricando in auto pesantissime confezioni di bottiglie di acqua naturale liscia, tale e quale a quella che esce dal rubinetto, dovrebbe essere ormai così consueto da non sorprendermi più, invece non è così; ogni giorno continuo a pormi la domanda che non ha ancora trovato una risposta logica: “Perchè lo fanno?”.

Le uniche soluzioni possibili per tale quesito sono, a mio parere, due: la disinformazione e il gusto personale, e tra le due credo sia la prima a guidare la maggioranza delle scelte. Andiamo dunque a scoprire le differenze tra acqua “del Comune” e acqua minerale.

1) Il nome: una distinzione tra le due denominazioni è fuorviante, dal momento che anche quella del rubinetto è a tutti gli effetti “acqua minerale”, cioè proveniente da falde acquifere profonde e arricchitasi, nel suo percorso sotterraneo verso la sorgente, dei sali minerali caratteristici della zona di origine. La differenza tra le varie acque riguarda quindi solo la qualità e la quantità dei sali disciolti.

2) I benefici per la salute: le campagne pubblicitarie ci presentano ogni giorno gli effetti miracolosi dell’acqua imbottigliata, in realtà identici a quelli che può fornirci l’acqua del rubinetto.

L’acqua – quella dell’acquedotto come quella in vendita al supermercato - è depurativa, aiuta la digestione, stimola la diuresi e contrasta la stitichezza, idrata l’organismo – evitando i disturbi dovuti alla disidratazione che colpiscono nella giornata chi beve poco: sensazione di affaticamento, stanchezza muscolare, vertigini, cefalea -, migliora la salute della pelle, aiuta a mantenere il peso forma in quanto riduce l’appetito (spesso si confonde lo stimolo della sete con quello della fame) e, secondo i risultati di recenti studi scientifici, bere più di cinque bicchieri d’acqua al giorno riduce il rischio di infarto, nonchè di insorgenza di cancro al colon, alla vescica e al seno.

3) Le differenze qualitative. La principale classificazione tra le acque potabili è quella relativa al residuo fisso, ossia alla quantità dei sali disciolti (sodio, potassio, magnesio, cloruri, solfati, bicarbonati) che rimangono dopo aver fatto evaporare un litro d’acqua a 180 °C. In base a tale sistema si distingue tra acque: “ricche di minerali”, con residuo fisso maggiore di 1.500 milligrammi per litro; “minerali”, con residuo fisso tra 1.500 e 500 milligrammi per litro; “oligominerali”, con residuo fisso tra 500 e 50 milligrammi per litro; “minimamente mineralizzate”, con residuo fisso al di sotto dei 50 mg per litro.

Si considera ideale il consumo quotidiano di un’acqua oligominerale, con residuo fisso inferiore a 500 mg/l. L’associazione Altroconsumo ha condotto numerose inchieste sull’acqua potabile distribuita dagli acquedotti italiani e nessun campione prelevato dal rubinetto ha mai superato i 700 mg/l, rilevando che tale acqua è quasi sempre comparabile a quella oligominerale e che in ogni caso non vi è alcun fondato motivo per ritenerla meno salutare di quella di “marca”.

Senza contare che la legislazione italiana prevede norme più restrittive per le acque potabili comunali che per quelle commerciali: è consentito infatti alle acque “di marca” di contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio in quantità superiori a quelle dell'acqua potabile del rubinetto. Ad esempio l'acqua potabile del Comune non può contenere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, mentre nella maggior parte delle acque minerali sono contenuti 40/50µg/l di arsenico senza l'obbligo di dichiararlo sulle etichette. E ancora: nelle acque dell’acquedotto sono vietati i nitrati, che indicano la possibilità di inquinamento, mentre per le acque commerciali non vengono presi in considerazione nè segnalati in etichetta.

Nè va dimenticato che le acque “del sindaco” ricevono rigidi e continui controlli pubblici sotto il profilo igienico e del contenuto, mentre i controlli sulle acque commerciali sono effettuati principalmente dal produttore.

4) Miti relativi alle acque in bottiglia. Se non si soffre di patologie particolari, per le quali solo il medico può eventualmente consigliarne un tipo particolare, l’acqua del rubinetto è valida per la salute come e spesso più delle acque in bottiglia.


Consumo procapite di acqua minerale in Italia (litri)
Molti sono tuttavia i miti relativi all’acqua. Ad esempio gli ipertesi dovranno preoccuparsi assai più del sodio contenuto negli alimenti che non della quantità minima assunta con l’acqua. E comunque va riconosciuto che quella fornita dalla maggior parte degli acquedotti ha valori di sodio contenuti, senza significative differenze rispetto all’acqua in bottiglia.

Un luogo comune relativo alle acque ricche di minerali è che provochino calcoli renali, ma nessuna ricerca scientifica ha mai confermato quest’affermazione. Al contrario è dimostrato che le acque ricche di calcio siano utili per la crescita, così come per la formazione e il benessere delle ossa.

5) E per i bambini? E’ infondata la diffusa credenza di dover utilizzare acqua minerale all’indomani della nascita di un bebè. Scrive in proposito Vincenzo Calia, direttore di “Uppa. Bimestrale per i genitori scritto dai pediatri italiani”: “E vorremmo ancora aggiungere, questa volta da medici che si occupano di salute dei bambini: non esiste l'acqua speciale per i bambini; il latte in polvere si può diluire tranquillamente nell'acqua del rubinetto; e poi, quando il bambino cresce, ancora e sempre meglio la cannella della bottiglia!”

6) Questione di gusto. Se ad allontanarvi dall’acqua dell’acquedotto è un problema di gusto, va ricordato che con una spesa minima è possibile installare un filtro ad uso domestico che eliminerà l’eventuale cattivo sapore dovuto al cloro utilizzato per garantire la purezza dell’acqua: il filtro ha totale efficacia depurativa per il cloro attivo e per eventuali cloroderivati presenti e ripristinerà le qualità organolettiche dell’acqua senza alterarne il contenuto salino; eliminerà inoltre l’eventuale materiale in sospensione dovuto alla distribuzione lungo le tubature.

7) I costi e l’impatto ambientale. Ma allora qual è la vera differenza tra l’acqua del rubinetto e quella in bottiglia? Sicuramente il costo e l’impatto ambientale.


All’inizio degli anni ’80 in Italia si consumavano circa 50 litri a testa di acqua in bottiglia all’anno, oggi siamo arrivati a 190 litri l’anno per persona. Ma quanto la paghiamo? Se l’acqua di rubinetto ci costa circa 1 euro ogni mille litri, quella del supermercato viene in media dalle cinquecento alle mille volte di più.

Tutto ciò comporta inoltre un consumo annuo di oltre 7.000 milioni di bottiglie di plastica da un litro e mezzo a livello nazionale e il relativo traffico per trasportarle. Intanto le case produttrici investono 379 milioni di euro in spot pubblicitari (il costo dell’acqua è per le stesse praticamente irrisorio), tra i più segnalati e condannati dall’Antitrust come ingannevoli.

Quindi a pensarci bene investiamo circa 260 euro l’anno a famiglia per comprare acqua, ma in realtà paghiamo la plastica della bottiglia e dell’imballaggio, la benzina del trasporto e la pubblicità per incantarci. Ne vale la pena?

mercoledì 26 agosto 2009


Dopo ripetute riunioni, tra giovani volontari, anche a Cirò Marina si è
costituita l'Associazione politico culturale Trecentosessanta, gia presente in
Italia, con un coordinamento nazionale dal 2007, e ora dopo quello regionale e
quello provinciale, arriva a radicarsi sul territorio con il coordinamento
locale.
Il direttivo, composto dai seguenti giovani: Pugliese Giuseppe, Mangone
Francesco, Lucchetta Antonio, Patera Raffaele, Prantera Cataldo, Pace Antonio,
Ferraro Antonio Stefano Cataldo e Doria Andrea, nell'ultima sedutaha eletto al
ruolo di coordinatore, non chè rappresentante dell'Associaizone, il ventunenne
Antonio Pace, studente di Ingegneria Civile presso L'Università della Calabria,
e Pugliese Giuseppe nel ruolo di vice.
L'associaizone persegue scopi di utilità
e promozione sociale legati in particolare all'impegno civile, all'iniziativa
politica, alla parecipazione democratica, al progresso culturale e allo
sviluppo civico, economico e sociale del nostro paese.
Trecentosessanta vuole
rappresentare soprattutto, per i giovani di Cirò Marina, un luogo di confronto,
di idee e di iniziativa e per tali motivi invita tutti alla partecipare, a
prendere parte alle vicende della vita quotidiana, a sentirsi membri attivi e
non "ospiti" del nostro tempo, e a collaborare al miglioramento sociale e
civico del nostro paese, il luogo che ci ospita, magari fin dalla nascita, che
spesso non lo riconosciamo veramente "nostro".
L'Associazione Trecentosessanta
è aperta a tutti ed è ben lieta di ospitare e di integrarsi con tutti quei
giovani che hanno la nostra stessa volontà, e mette a disposizione il proprio
blog http://associazione360.blogspot.com, per qualsiasi informazione.

domenica 5 luglio 2009

Mettiamoci in gioco per Cirò Marina


Partecipare, prendere parte alle vicende della vita quotidiana, sentirsi membro attivo e non "ospite" del nostro tempo: e cosa c'è di più ordinario, di più "normale" della nostra città? In realtà il luogo che ci ospita, magari fin dalla nascita, non lo riconosciamo veramente "nostro", anzi non lo conosciamo affatto. Ci trascorriamo gran parte della nostra vita, ma molto spesso non facciamo nulla per sentirlo nostro, per prendere confidenza, per appropriarci degli spazi, non solo materiali, ma soprattutto sociali. Rinunciamo a dire la nostra, ad occupare il nostro posto nelle mille situazioni che lo richiedono. Insomma, siamo cittadini a metà: latitanti! Forse perché non siamo sufficientemente convinti che valga la pena impegnare la propria esistenza (o forse non ce ne rendiamo conto) per la nostra città.

“C’era una volta uno studente che aveva tanti sogni, sperava di fare chissà quali conquiste e scoperte, aveva tante aspirazioni, ma la sua città non gli permetteva di fare nulla del genere, la sua città non gli bastava. Allora chiude tutti i suoi sogni in un cassetto e decide di lasciare la sua città in cerca di un altro luogo migliore. Ma la nuova città è molto, anzi troppo diversa dalla sua vecchia. Così come inizialmente sperava di vedere una stella cadente (che rappresenta i sogni che si avverano), così alla fine, nel luogo che pensava potesse esaudirle tutti i desideri, aspetta ancora di vedere la stella cadente che le faccia recuperare la sua città” (Confronta con Gerardina Trovato “Non ho più la mia città” - 1993).

Quanti studenti delle nostre scuole pensano che il luogo dove si trovano non sia adatto a loro, che le loro città non offrono nulla rispetto ad altre città vicine o lontane!
Molti studenti, terminati gli studi, spesso vanno a studiare fuori e poi rimangono fagocitati dal giro della grande città frenetica, dimenticando “il cassetto con i sogni” che tanto gelosamente avevano custodito quando erano nella città natia!! Molti preferiscono rimanere lontani da casa perché il luogo d’origine non offre nulla o è poco stimolante per la propria attività!
Ma perché non vedere la propria città, con i suoi limiti e problemi, come un luogo da riscoprire, luogo da vivere (nel vero senso della parola!) e anche luogo da migliorare, luogo per il quale impegnarsi, mettersi anche al servizio? Stare, abitare la propria città. È questo quello che significa abitarla da cittadini, con partecipazione, “politicamente”.
Dedicarsi con cuore e dedizione alle cose quotidiane, quelle piene solo di tanta normalità, fa sì che la città insieme a noi cresca e migliori. La consapevolezza di appartenere ad una comunità di persone che condividono, oltre che il tempo, anche il luogo nel quale si svolgono gli incontri, le relazioni interpersonali, non nasce spontaneamente ed in 5 minuti. “Occorre che qualcuno pensi a passarci il testimone. Occorre che qualcuno, aiutandoci a costruire la nostra identità, ci spieghi cosa significa essere veramente cittadini. Ogni città ha i suoi pregi ed i suoi difetti, i suoi lati oscuri e le sue meraviglie, magari da far conoscere a tutto il mondo.
Tutti ci lamentiamo che Cirò Marina è sporca, chiediamo l'intervento delle televisioni, scriviamo lettere ai giornali, ce la prendiamo con i politici (che avranno sicuramente le loro pecche) ma quand'è che ci accorgiamo che abiamo anche noi, piccoli e grandi le nostre responsabilità? Ma soprattutto mi domando quand'è che mettiamo in atto il senso civico che ci manca e cominciamo a rispettarla questa nostra città, evitando di buttare carte e cartacce per strada, iniziando a rispettare le regole per la raccolta dei rifiuti ingombranti invece di depositare televisori, materassi e chi piu' ne ha piu' ne metta in ogni angolo della città. Alla guida delle nostre auto quand'è che impariamo a rispettare il codice della strada? Ci sarebbe davvero molto da dire. Cominciamo nel nostro piccolo, tiriamo fuori l'orgoglio dell'appartenenza ad una città grande com'è stata Cirò Marina nella storia. Mettiamoci tutti in gioco.E' forse il caso di smetterla di starsene rintanati nelle proprie casette aspettando che qualcosa cambi. Svegliamoci se vogliamo un futuro.

Antonio Pace

Cirò Doc: chi propone di imbastardirlo con il Cabernet è un nemico di questa denominazione


La “sindrome di Montalcino”, in altre parole la coda di paglia di chi temendo di non essere completamente in linea con le regole (il dettato del disciplinare) di una denominazione si affretta non a rimettersi in regola, ma a cambiare, in corsa, i regolamenti, colpisce ancora.
Dopo il tentativo abortito nella patria del Brunello, dopo Montepulciano, l’area del Primitivo di Manduria, ci tocca scendere ancora più a Sud per trovare manifestazione di una scelta che o è miope, immotivata, fuori tempo massimo, oppure è in malafede. E serve, come ho scritto sopra, a cercare di porre rimedio, prima che sia troppo tardi, a situazioni irregolari, molto border line rispetto alle leggi vigenti.
In Calabria, nella terra della denominazione simbolo regionale, di una delle più storiche aree a vocazione vitivinicola di questa terra bellissima a me cara, qualche “furbetto del vigneto e della cantina” sta pensando, quando non ce ne sarebbe nessuna ragione logica, né viticola, né tecnica, né enologia, né commerciale, di meticciare, peggio, di imbastardire il vino Cirò Rosso Doc, il cui disciplinare vigente prevede l’utilizzo del Gaglioppo nella misura minima del 95% e del Greco Bianco o Trebbiano per il restante 5%.
Non pensano, i furbetti, di modificare il disciplinare eliminando quella quota del cinque per cento di uve bianche che, in fondo, se usata non fa male al vino, bensì, “nella proposta di modifica avanzata dal Consorzio di Tutela del Cirò e Melissa si prevede la possibilità di utilizzare oltre al Gaglioppo tutte le varietà a bacca rossa autorizzate dalla Regione Calabria nella misura massima del 20%. Tra queste varietà sono presenti vitigni internazionali quali Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot che nulla hanno a che vedere con la tradizione vitivinicola del Cirò”.
Varietà che sono presenti sul territorio, ma che non vengono utilizzate di certo, almeno ufficialmente, per produrre dei Cirò, bensì delle Igt, la Val di Neto ad esempio, dove vini che prevedono un uso di piccole parti di queste varietà in sintonia con quelle locali, hanno trovato una loro identità parallela all’identità principe del Cirò e si sono messe in luce.
Cosa succede di fronte a questa scelta allucinante del Consorzio? Succede che qualcuno, giustamente, s’inca…vola, che qualcuno decide di non stare zitto e prende posizione e invita altri a non stare zitti e a farsi sentire, ad esprimere pubblicamente l’indignazione per una scelta che non va certo a favore dei viticoltori e dei produttori dell’area cirotana, che rispecchia gli interessi di chi non ha le idee chiare su quale deva essere il futuro di questa denominazione principe calabrese.
Nascono così un appello, sacrosanto, In difesa dell’identità del vino Cirò, che si serve di una pagina Web – vedete qui - dove è possibile aderire e aggiungere la propria firma, e un blog, dallo stesso nome, dove si dà conto di quel che l’appello provoca, le adesioni, ad esempio quella del Sindaco di Cirò, quella dei viticoltori membri di una cooperativa di 150 soci, del professor Mario Fregoni, i siti e blog che linkano la petizione e poi le ragioni, fortissime, di chi si oppone a questa ipotizzata assurda modifica del disciplinare ricordando che “l’utilizzo di varietà internazionali (in quantità rilevanti come proposto nella modifica) porta ad uno svilimento dell’identità territoriale e all’omologazione del prodotto” e chiedendo perché ” un consumatore del nord Italia o estero dovrebbe ricercare il Cirò se le sue caratteristiche sono simili a mille altri vini?
Perchè dobbiamo de-cirotizzare il Cirò? Perchè dobbiamo parificare la DOC Cirò alle IGT presenti sul territorio? Perché centinaia di produttori devono rinunciare alla loro identità di Cirotani?”.
I firmatari dell’appello richiamano un’elementare evidenza, ovvero che “riguardando nei vigneti del cirotano si riscontra che il Gaglioppo è sempre stato predominante, tanto che in altre zone della Calabria veniva denominato anche come “Cirotana”. In un passato non tanto lontano poi, erano presenti in piccole quantità altri vitigni (Greco nero, Malvasia nera, ‘Mparinata, Pedilongo, ecc.) che davano al vino maggiore complessità organolettica e miglioravano la tonalità del colore”.
Se non bastasse, “recenti ricerche scientifiche hanno evidenziato le potenzialità enologiche del vastissimo patrimonio ampelografico calabrese, a dimostrazione che il ricorso alle varietà internazionali non è una scelta obbligata”.
I firmatari dell’appello chiedono pertanto che “in un’eventuale modifica del disciplinare del Cirò Rosso Doc “vengano autorizzate oltre al Gaglioppo esclusivamente varietà autoctone calabresi in quantità massima del cinque per cento”.
Su questa assurda vicenda del Cirò imbastardito da altre uve e sull’appello al quale ho ovviamente dato, come ha fatto il collega di Napoli Luciano Pignataro (leggete qui) la mia adesione, ho pensato di sentire l’azienda che maggiormente, in Italia e nel mondo, è il simbolo del Cirò, ovvero la casa vinicola dei fratelli Librandi.
Nicodemo Librandi preferisce non commentare per non mettere altra benzina sul fuoco, ma fa notare semplicemente due cose. In primis il fatto, clamoroso, che la sua azienda abbia scelto di non far parte del Consorzio, semplicemente perché ha idee diverse rispetto a quelle della maggior parte dei produttori sul futuro della denominazione. In secondo luogo che Librandi, pur producendo vini, di indubbio successo, come il Gravello, che vede il Gaglioppo coesistere armoniosamente con una quota di Cabernet Sauvignon, ed il Rosato Val di Neto Igt Terre Lontane, dove accanto al Gaglioppo c’è anche un 30% di Cabernet franc, oppure il Bianco Val di Neto Igt Critone, mix di uve Chardonnay e Sauvignon, l’azienda, come dimostra il grandissimo lavoro di ricerca e valorizzazione fatto negli anni in collaborazione con i massimi esperti di viticoltura e concretizzato in un esemplare volume come Gaglioppo e i suoi fratelli, individua nei vitigni autoctoni calabresi il futuro ed il nucleo fondante dell’azienda.
Ed è persuaso che, nonostante le difficoltà di coltivazione e di perfetta maturazione che il Gaglioppo presenta, essendo un vitigno caratteriale e “tosto”, ma di grande personalità, il Cirò debba continuare ad essere prodotto unicamente con questa uva locale, senza i contributi, ufficializzati (o sotterranei, aggiungo io) di altre uve alloctone. Più chiaro di così! Vogliamo pertanto dire, chiaramente e fuori dai denti, perché tutti capiscano, che chi si ripromette, non in una Igt ma in una Doc identitaria e di territorio come il Cirò, di unire altre uve estranee al Gaglioppo o propone di imbastardire il Cirò con il Cabernet è un nemico dichiarato di questa denominazione?
Fare entrare, viticoltori e produttori cirotani, i Cabernet, i Merlot e chissà che altro di internazionale nelle mura del vostro Cirò e vi ritroverete puntualmente, proprio come accadde con il mitico cavallo introdotto dai greci per espugnare la città di Troia, la vostra storica denominazione ridotta alla mercé di chi non le vuole certo bene e non ne vuole assolutamente fare gli interessi: meditate cirotani, meditate…
Magari anche sugli “ecomostri” (vedi foto sotto) che sono stati costruiti, senza che nessuno dicesse niente, nel cuore della vostra denominazione e che ne deturpano la selvaggia, inimitabile bellezza…

sabato 4 luglio 2009

Quale futuro per l’Asp di Cirò Marina?


La sanità calabrese sta vivendo un periodo di crisi, di profonda crisi. E i sindaci dei numerosi comuni della regione stanno tentando di ricorrere ai ripari e di offrire ai propri cittadini servizi sanitari di alto livello.
Come accade a Cirò Marina, piccolo centro del crotonese. Da mesi la popolazione è costretta a vivere senza servizi di natura sanitaria, come afferma in una lettera il sindaco Nicodemo Parrilla. L’amministratore ha infatti redatto un documento da mandare a Vincenzo Domenico Scuteri, direttore generale dell’Azienda ospedaliera provinciale di Crotone, in cui denuncia l’assenza o il mancato funzionamento delle apparecchiature della struttura sanitaria del distretto di Cirò Marina. Il sindaco Parrilla ha così indetto una riunione con l’intera cittadinanza che ha mostrato grande dispiacere per lo stato in cui versa la struttura sanitaria.
Le lamentele mosse sono numerose, tra queste spicca su tutte la carenza del servizio 118 che dovrebbe soccorrere in tempi brevi l’utenza. Tuttavia secondo amministrazione locale e la popolazione questo non accade. Sicuramente non per colpa del personale medico, ma della mancanza di apparecchiature e mezzi di trasporto.
Altro neo è il servizio di radiologia che lavora senza le attrezzature per la Moc, guasta dal giugno 2007. In questo modo i caccia la possibilità alle donne del circondario di usufruire dell’esame in questione.
Stesso problema per il reparto di Gastroenterologia, in cui da due anni non si effettuano esami di gastroscopia. Se, nel 2007, la mancanza del servizio era imputabile al guasto dell’apparecchiatura, adesso invece il problema sembra essere il totale inutilizzo dell’attrezzatura costata alle casse dell’Asp di Crotone ben due milioni di euro.
Il problema della Cardiologia è invece comune a numerosi settori sanitari: la lunga lista d’attesa. I cittadini di Cirò Marina per effettuare esami e visite, secondo le ultime stime, devono attendere almeno gli inizi del 2010.
Numerosi problemi anche per fare gli esami di prevenzione. Come l’ecografia che nel reparto di urologia non viene effettuata, causa guasto delle apparecchiature; nel reparto di ginecologia e ostetricia è invece poco usata. Le donne in stato di gravidanza preferiscono rivolgersi presso altre strutture sanitarie. Tempi di attesa lunghissimi, almeno 15 mesi, per l’ecografia della tiroide.
Un altro punto debole è l’Adi (assistenza domiciliare integrata, ndr) che non riesce a rispondere alla richiesta dell’utenza. Il servizio, accreditato dal servizio sanitario nazionale, dovrebbe infatti offrire assistenza anche sociale a domicilio per i degenti affetti da gravi patologie. Dovrebbe perché nel distretto di Cirò Marina il personale sanitario incaricato per offrire il servizio in questione è poco. Molto poco.
Un altro settore carente, almeno stando alla lettera del sindaco Parrilla, è quello della medicina scolastica che da anni non effettua le normali visite di prevenzione. Queste sono infatti eseguite dal servizio di pediatria presente sul territorio cirotano. Unico limite è la mancanza di un centro per le prenotazioni, che provoca gravi disagi all’utenza.
Infine, ma non meno importane, la grande assenza di personale medico in una branca molto importante: quella della chirurgia. L’unico specialista dell’Asp di Cirò Marina deve infatti fare fronte a un numero sempre crescente di utenti che devono essere sottoposti a visite chirurgiche, a esami strumentali e doppler.
La popolazione chiede quindi maggiore attenzione da parte delle istituzioni per ottenere strutture a norme e servizi medico-sanitari che possano garantire il diritto alla salute di ogni cittadino del comprensorio cirotano.

Questo congresso è l'ultima chance

Articolo di Enrico Letta, pubblicato su «Il Riformista» di venerdì 3 luglio 2009.

Caro direttore, finalmente primarie vere, finalmente un congresso vero. Finalmente sapremo se era l'idea ad essere giusta e la partenza ad essere sbagliata oppure no. Non condivido il pessimismo di chi denuncia il rischio di un "congresso conta" e di chi cerca disperatamente terzi candidati purchessiano.
Abbiamo una grande occasione per farci valere. Ognuno può mettere cuore e testa in questa avventura congressuale che può rimetterci al centro della politica italiana, proprio mentre Berlusconi sta scivolando. Con questo spirito carico di realismo e di entusiasmo sento che dobbiamo cominciare a discutere. La competizione sarà vera. Non si sa in partenza chi vincerà.

martedì 21 aprile 2009

La Calabria e il rischio sismico


Se ne parlerà nella puntata del 21 aprile di Matrix, delle questioni arcinote ma anche di leggi e normative applicate male o mai recepite degli organismi competenti.
Danilo Praticò per due giorni hanno raccolto dati e notizie prima nell'area dello Stretto, poi a Reggio Calabria nel convegno sull'urbanistica, col procuratore Gratteri, quindi al Cnr-Irpi di Rende, ed infine nella provincia di Cosenza, in particolare nella fascia che comprende gli abitanti di San Martino di Finita e Cerzeto.
Carlo Tansi, docente Unical e ricercatore Irpi, spiegherà, con ausilio di carte tematiche, perchè la Calabria è una delle regioni a più alto rischio sismico e l'importanza dei controlli e della prevenzioni.
La Calabria regione a più alto rischio d’Italia
Cento anni fa, a causa del terremoto del 23 ottobre del 1907, crollava uno dei monumenti nazionali esistente in Calabria: la “Torre delle cento camere”. Al momento del crollo la Torre si trovava ad una distanza di centinaia di metri dal mare vicino al tracciato ferroviario di Gerace Marina e da alcuni autori era paragonata al tempio di Giove Serapide di Pozzuoli per la testimonianza delle oscillazioni del mare sulla costa Jonica calabrese.
La ricorrenza dell’evento, meno noto del ben più grave terremoto del 1908 ma significativo della sismicità del territorio calabrese, stimola qualche riflessione per il recupero della memoria storica e utile per la messa in sicurezza delle popolazioni.
I terremoti, come alluvioni non sono eventi dovuti alla fatalità, ma sono dati legati alla storia ed alle caratteristiche geostrutturali della Calabria. A differenza del resto della catena appenninica, l'Arco Calabro è costituito da antichissime rocce cristalline come i graniti e sottoposte, da milioni di anni, a movimenti vari e sollevamento dell'ordine di molti centimetri all'anno. I connotati del paesaggio calabrese sono segnati da enormi fratture a Graben ed Horst legate a imponenti processi di geotettonica ancora in atto; processi di rapida trasformazione con terremoti, tsunami, alluvioni e frane che, tra l’altro, da sempre rendono difficile il “governo del Territorio”
L'alta sismicità della Calabria in pratica è una delle manifestazioni dei rapidi processi di evoluzione geologica in atto nella regione e nel centro del Mediterraneo. E poiché i processi geologici, com'è noto, durano milioni di anni, è evidente che terremoti distruttori (come ad. es. quelli del 1638, 1783, 1888, 1905, 1908 che hanno gravemente colpito tutti i 409 comuni della nostra regione) continueranno a scuotere la Calabria ancora per molto tempo. Così com'è altrettanto evidente che più ci si allontana dall'ultimo forte evento sismico, più aumentano le probabilità del suo ripetersi.
L'elevata sismicità, le condizioni di degrado del patrimonio edilizio (la Calabria è la regione italiana con il patrimonio edilizio più degradato e meno resistente alle sollecitazioni prodotte dai sismi), il dissesto idrogeologico e, non ultima, la carenza di adeguati Piani comunali di Protezione Civile, sono i fattori che rendono estremamente elevato il rischio sismico in Calabria.


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