ESSERE PARTE ATTIVA, PROTAGONISTI E NON OSPITI DEL NOSTRO TEMPO!

giovedì 24 dicembre 2009

DIVERTIMENTO SICURO


La valenza educativa di questo progetto lancia un forte messaggio a tutti, ma specialmente a coloro che abusano di alcol:la consapevolezza di non trasformare i momenti di gioia in momenti di tristezza. Fermarsi un attimo, ascoltare e riflettere, vuol dire anche acquisire consapevolezza che ci si può divertire anche senza lo sballo.
Le attività pensate per questo progetto hanno lo scopo di indurre i giovani ad una seria riflessione sulle conseguenze di un bere smodato e irresponsabile. L’iniziativa di accompagnare i giovani in discoteca e riaccompagnarli a casa, il progetto prevede l’individuazione del guidatore designato come azione responsabile e matura per la propria e l’altrui incolumità.
La responsabilità dei gestori è determinante per il buon esito di questa iniziativa e tutti devono contribuire a trasmettere creativamente e costruttivamente modelli positivi di un bere responsabile e di un sano divertimento.
La famiglia rappresenta oggi una grande sfida culturale ed educativa. Minacciata dal diffuso relativismo etico e da processi di delegittimazione istituzionale, è spesso considerata da molti giovani unicamente come base di sostegno economico, mentre sembra arretrare nel suo ruolo di orientamento e di iniziazione alla vita adulta. Il ruolo degli educatori non è quello di sostituirsi alla famiglia, ma di aiutare i giovani ad interiorizzare quei valori che orientano al vivere sano e responsabile.
Trecentosessanta nel progetto Divertimento Sicuro propone manifestazioni di piazza, distribuisce gadget, come i braccialetti per il guidatore designato e controlli del tasso alcolico con l’etilometro, e profilattici per sensibilizzare i giovani al problema delle malattie sessualmente trasmissibili, e inoltre istituisce un convegno sul progetto.
Educare non è mai stato facile, ma oggi è molto più faticoso perché società e cultura sono sempre più costruite dai mezzi di comunicazione di massa che diffondono stili di vita distorti ed irreali che generano dubbi e incertezze. Diventa difficile proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti spendere la propria vita.
È necessario soffermarsi sui giovani, sincronizzarsi con il loro mondo, il loro sentire, accordarsi con i loro desideri più veri. Prendesi cura dei giovani significa sostenerli nella crescita valoriale affinché possano ritrovare strade che sappiano restituire il ruolo di protagonisti attivi del proprio esistere.
Programma
26 dicembre ore 10:30 Gazebo in Piazza Diaz
26 Dicembre ore 23:00 Servizio DiscoBus
26 Dicembre presso Donna Germana punto informativo all'interno del locale

sabato 5 dicembre 2009

La lezione del volontariato che lo Stato non riesce a capire

E opinione diffusa che i volontari svolgono un'attività preziosa nel tenere insieme un tessuto sociale sempre pi sfilacciato, ma raramente trovano un sostegno serio ed importante negli enti pubblici locali. Troppi Comuni applicano in modo perverso il principio di sussidiarietà: tendono cioè a fare tutto direttamente, chiedono aiuto alle associazioni di volontariato solo quando non ce la fanno da soli. Questo è un modo rovesciato di intendere il principio di sussidiarietà nel sociale, perché alza i costi degli interventi e ne diminuisce la produttività e l'utilità. Il modo corretto dovrebbe essere di lasciar fare le cose a chi è sul campo, vicino al problema ed ai bisogni, e sostenere in modo serio e sistematico le azioni di pubblica utilità.
Il volontario oggi non è un intruso che si intrufola nei vuoti lasciati dallo Stato, ma fa cose che lo Stato non è (e non sarà mai) capace di fare. E le fa molto più economicamente dello Stato e degli enti locali (per vari motivi ed in primo luogo per il grandissimo valore economico apportato dai membri del volontariato non retribuiti e per una generale sobrietà di stipendi e di costi generali).
Ci sono spinte ideali che meritano attenzione, c'è un elenco infinito di buone pratiche a favore di minori, anziaffi, disabili, extracomunitari, senzatetto. Per tutto questo è giusto pretendere non un'elemosina, ma una contribuzione, un corrispettivo solido, stabile, affidabile, che permetta di programmare e lavorare con una certa sicurezza. Lo Stato non ha ancora capito che onorare puntualmente il 5 per mille non è dare un'elemosina, ma fare un'operazione economicamente e socialmente vantaggiosa. Accanto alle ottuse inadempienze deilo Stato i rapporti restano, in genere, insoddisfacenti anche con gli enti locali che gestiscono gran parte dei servizi sociali. Quando affidano questi servizi all'esterno, spesso le burocrazie locali preferiscono accordarle ad affaristi del settore o in
base al principio di affiliazione perché così luerano bustarelle o altre utilità. Se affidassero, in modo sistematico e programmato lavori di assistenza sociale, manutenzione urbana, servizi vari alla persone e di promozione turistica, a cooperative cli giovani create e guidate da quelli che si possono anche Onorare puntualmente il 5 per mille non è dare un'elemosina, ma fare un'operazione vantaggiosa.
Anche il volontariato ha difetti da correggere: scarsa managerialità, inquinamento ideologico, frammentazione.
Formulate le giuste e necessarie critiche allo Stato e agli enti locali, il settore deve essere capace anche di una seria autocritica. Ci sono
errori da correggere che vengono dal passato, come il non aver rivendicato, con dignità, un ruolo importante per il buon funzionamento della società e dell'economia, accontentandosi di un ruolo subordinato, basato sulle elemosine piuttosto che su dovuti corrispettivi per la funzione svolta (come dovrebbe essere il 5 per mille). E poi: la precarietà finanziaria; la scarsa managerialità; l'inquinamento politico ideologico; l'eccessiva frammentazione; la grande confusione tra i vari soggetti che rientrano, in modo ormai troppo indistinto, nel concetto di terzo settore. L'inquadramento serio, costruttivo e impegnato del volontariato nell'ambito dell'economia e della società italiana è tema di grande interesse nazionale anche perché tanti sono i giovani che, attratti verso il settore dalla spinta di una visione generosa della vita, devono trovare un ambiente che ne favorisca la crescita umana e professionale, che non li umili e li respinga. In un
Paese dove spesso la sopraffazione e l'appartenenza (alle varie cordate) sembrano paganti, la lezione dei volontari ci insegna che generosità, onestà e altruismo restano valori fondamentali per riempire di fiducia e di speranza la vita e il futuro di un Paese.

sabato 28 novembre 2009

Salviamo il nostro patrimonio culturale


"""I Mercati Saraceni sono testimonianza di un lungo periodo storico condizionato dal terrore delle scorrerie saracene. Le orde arabe, alle quali nel XVI secolo succedettero quelle turche, conseguenti all'espansionismo ottomano nel Mediterraneo, costrinsero ottomano nel Mediterraneo, costrinsero le popolazioni della costa calabrese ad abbandonare i litorali insicuri per rifugiarsi nei villaggi dell'entroterra arroccati su alture dai fianchi ripidi, circondati da gole e burroni, serrati tra possenti mura e protetti spesso da un castello. A protezione delle coste, furono edificate le torri d'avvistamento.
Due sopravvivono ancora a Cirò Marina: la Torre Nuova e la Torre Vecchia. Quest'ultima, più antica ma meglio conservata, risalirebbe al IX secolo; fu eretta su un formidabile punto d'avvistamento: il promontorio di Madonna di Mare. La Torre "Nova", invece, per richiesta del feudatario di Cirò, Vespasiano Spinelli, fu edificata a protezione della zona a sud di Cirò Marina, nel 1596; lo attesta un documento che rivela la volontà del viceré spagnolo D'Alcalà di potenziare il sistema difensivo nella Calabria Ultra e Citra con nuove torri, tra le quali una ed il restauro di quelle preesistenti.
L'esigenza era esplosa prepotente dopo le rovinose incursioni subite dal territorio. Per la copertura delle spese, fu imposta una forte tassazione a tutte le Università (Comuni) poste a meno di 12 miglia dalla costa; queste dovevano provvedere anche alle spese di manutenzione, per l'artiglieria al mantenimento del corpo di guardia e dei "cavallari", che avevano il compito di correre veloci e dare l'allarme ai borghi in caso di pericolo. Le due Torri di Cirò Marina hanno forma quadrangolare. La Torre nuova è peggio conservata - forse anche a causa delle truffe operate dai costruttori dell'epoca, che ricorrevano frequentemente a materiale di scarto. Non aveva un'entrata e quindi vi si accedeva solo attraverso un ponte levatoio. All'interno, il locale del piano inferiore era adibito a cucina con l'imponente camino che serviva anche per riscaldare l'ambiente d'inverno."""


Questo è quanto si evince dalla pagine di internt ed è quanto i mercati saraceni e le Torri hanno rappresentato in passato. Ma la domanda è: cosa rappresentano per noi oggi e ancora quanta importanza assumono i beni culturali nell’ambito delle economie locali?
Il patrimonio culturale, costituisce una sorta di DNA della comunità, in quanto memoria del passato ed eredità di conoscenze, ed è quindi necessario non considerarlo come un elemento separato dal contesto su cui viene ad incidere. Occorre, pertanto, considerare il territorio nella sua globalità, come insieme di passato e presente, di beni culturali e di paesaggio, di attività economiche e abitudini di vita.
L’elemento essenziale che contraddistingue il fenomeno dello sviluppo locale è da ricercare nella capacità dei soggetti istituzionali locali di cooperare per avviare percorsi di sviluppo condivisi che mobilitino risorse e competenze locali. Protagonismo dei soggetti locali che favorisce lo sviluppo solo allorquando riesce ad attrarre in modo intelligente risorse esterne o allorquando è in grado di cogliere le opportunità che la globalizzazione dei mercati offre alle nuove strategie di produzione di beni e servizi che valorizzino specifiche competenze e beni comuni.
I beni culturali costituiscono una componente essenziale del territorio e del paesaggio, pertanto entrano a pieno diritto nel contesto antropico contemporaneo e ne rappresentano un dato, della cui esistenza non può prescindere neppure chi non voglia attribuirvi alcun valore dal punto di vista culturale. Nella nostra società, l’interesse recente e crescente per i beni culturali e per il recupero dei luoghi – memoria nasce essenzialmente dal rispetto delle proprie origini e dalla consapevolezza che essi rappresentano un patrimonio inalienabile e irripetibile di valori storici, ambientali e artistici da conservare, ordinare e proteggere affinché non si perdano le tracce di quella ricchezza di testimonianze che forma la nostra comune identità culturale.
Occorre, quindi, assicurare alle generazioni future la fruizione del patrimonio culturale di cui si dispone, ponendo molta attenzione alla sua funzione di testimonianza del passato oltre che a quella di fonte di sviluppo economico.
Per raggiungere tali obiettivi è necessaria la partecipazione attiva delle forze della cultura e di tutti coloro che svolgono un ruolo attivo nella moderna società. Bisogna favorire una politica che promuova l’interscambio tra i beni, il loro territorio e la collettività. Pertanto, è necessario che i relativi provvedimenti di tutela e valorizzazione siano inquadrati in un contesto programmatico sufficientemente coordinato e orientato in un’ottica che eviti lo svuotamento dei luoghi e, allo stesso tempo, controlli l’intera fenomenologia che in senso economico, sociale, culturale e funzionale condiziona direttamente e indirettamente la conservazione della tradizione storica di una comunità.
La cultura, dunque, non sembra più suscettibile di una visione del tutto estranea alle logiche generali che governano i fenomeni di sviluppo locale, ma costituisce, essa stessa, un fattore attivo di crescita socio-economica di un territorio. Si tratta, quindi, di orientare l’azione di programmazione verso processi che includano, nella politica culturale, obiettivi non solo connessi alla tutela ma anche alla valorizzazione e alla promozione, e di puntare su interventi in grado di coinvolgere mettendo a “sistema” tutte le risorse, umane, materiali e immateriali, disponibili in tale ambito e su modelli di gestione unitaria ed integrata del patrimonio culturale, turistico e ambientale di un territorio al fine di conseguire qualità dei servizi, efficienza nella spesa, economie di scala e capacità di aggregazione della domanda.
Da tutte queste considerazioni emerge la pressante necessità di adottare un modello di sviluppo nel quale valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale occupino una nuova centralità all’interno delle politiche territoriali e una rilevanza strategica nei processi di organizzazione del territorio. Dall’intreccio tra economia e beni culturali scaturisce anche la non trascurabile ricaduta economica, per esempio, dei potenziali flussi di turismo alimentati dalla particolare attrattiva delle testimonianze del passato. Il turismo culturale, anche se non rappresenta l’obiettivo principale degli interventi, costituisce, però, un valido supporto per la valorizzazione e riqualificazione ambientale, promuovendo e stimolando operazioni di recupero e salvaguardia del patrimonio culturale ed esercitando azioni di richiamo su numerose attività economiche.
Salvaguardia, conservazione e valorizzazione dei beni culturali, insomma, si impongono sia per ragioni culturali e morali sia per le implicazioni economiche e sociali che ne derivano. Infatti, oltre a provocare un flusso di consistenti masse di turisti sembrano in grado di assorbire nuova occupazione, soprattutto giovane, e al tempo stesso di garantire competitività al territorio nel contesto generale.

martedì 10 novembre 2009

L'associazione Trecentosessanta con il progetto: Scuola & Volontariato

Manifestazione di partecipazione per tutte le associazioni del terrorio di Cirò Marina al progetto di Trecentosessanta.

Il progetto, si inserisce all’interno delle iniziative promosse dal gruppo dell’Associazione Trecentosessanta di Cirò Marina, ed è atto a promuovere e diffondere la cultura del volontariato e della cittadinanza attiva nel mondo giovanile, ed è rivolto ai ragazzi delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Le finalità previste riguardano la formazione dei giovani come cittadini, la costruzione dell’identità dei giovani attraverso messaggi positivi, lo sviluppo di sentimenti di solidarietà e sensibilizzazione al volontariato, attraverso i valori trasversali che la cultura del dono propone. L’obiettivo che ci si è proposti è stato quello di creare occasioni di riflessione sul volontariato e sull’opportunità di fare esperienze in questa realtà, e di sostenere l’avvio di esperienze nella scuola, nelle associazioni (stage di solidarietà), etc
Il progetto “Scuola & Volontariato” nasce dall’esigenza di dare centralità alla promozione della cittadinanza solidale e della partecipazione democratica nei ragazzi della città. Unitamente al bisogno di sviluppare sentimenti solidarietà e sensibilizzazione al volontariato e di promuovere la partecipazione attiva cittadinanza, c’è l’urgenza di favorire occasioni di formazione e di dialogo al fine di creare momenti significativi per la crescita del singolo.
Riteniamo importante che l’obiettivo di migliorare la qualità della comunicazione sociale veda coinvolti i ragazzi, per renderli partecipi in maniera effettiva della divulgazione di informazioni inerenti il mondo del volontariato. È indispensabile aumentare la visibilità delle associazioni di volontariato e agevolare la diffusione delle loro iniziative attraverso un pubblico giovane, per facilitare la divulgazione di informazioni fra i ragazzi.
Le associazioni che vogliono aderire al progetto avvisano la loro manifestazione di partecipazione all’email associazione360@live.it .

venerdì 9 ottobre 2009

CHI LOTTA CONTRO LA MAFIA?

Chi lotta contro la mafia? Cristiano Aldegani, sindaco leghista di Ponteranica, in provincia di Bergamo, ha deciso che la biblioteca comunale non deve essere più dedicata a Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978. I morti da ricordare devono essere "padani doc", non siciliani. La targa con il suo nome è stata rimossa. Cosa aspetta il ministro Maroni a rimuovere il sindaco?

Da biblioteca "Peppino Impastato" a biblioteca comunale (in attesa di nuova denominazione), ma il sindaco leghista ha annunciato di voler intitolare la struttura a un sacerdote bergamasco ("una personalità locale") morto nove anni fa. Accade a Ponteranica, comune in provincia di Bergamo. Il neo sindaco, il leghista Cristiano Aldegani, ha fatto rimuovere la targa voluta un anno e mezzo fa dal precedessore di centrosinistra e dedicata al giovane giornalista e politico siciliano ucciso dalla mafia nel 1978. Un'iniziativa che si è ben presto tramutata in un vero e proprio boomerang, suscitando le reazioni scandalizzate delle opposizioni, ma anche di un pezzo di Pdl, dove i mugugni contro le "marachelle della Lega" si stanno ben presto trasformando in vere e proprie prese di distanza "dall'ignoranza politica e istituzionale" degli alleati in camicia verde.

L'indignazione e la rabbia. Il Partito Democratico è in prima linea tra i contrari. "La rimozione della targa è sconcertante" dice Pina Picierno, responsabile legalità del Pd. A suo parere la Lega "fa politica con paraocchi ideologico, una politica intrisa di ideologia e di interessi localistici, che dividono e indeboliscono il Paese. Negare la memoria di un giovane ucciso dalla mafia non trova giustificazioni". L'eurodeputata Rita Borsellino parla di "decisione stupida e senza giustificazioni, che offende tutti coloro che, per il bene dell'Italia, hanno sacrificato la propria vita per sconfiggere la mafia". Per il senatore del Pd Costantino Garraffa, componente della commissione bicamerale antimafia, "rimuovere una targa dedicata a Impastato è un segno di contiguità alla criminalità organizzata e alla mafia. A quella mafia che ha anche interessi nel Nord. E' un gesto imbecille che merita l'impegno del leghista ministro degli Interni onorevole Maroni".

A sinistra, Claudio Fava, esponente dell'alleanza di Sinistra e Libertà, commenta duramente la decisione del sindaco di Ponteranica e assicura che non si limiterà a protestare né a manifestare perché "a un sindaco spudorato e smemorato che toglie il nome di Peppino Impastato dalla biblioteca comunale si risponde andando a rimettere al suo posto quel nome: è appunto ciò che faremo". "Al razzismo della memoria - aggiunge Fava, che è stato anche sceneggiatore del film 'I Centopassi' - va opposto l'esercizio militante di quella memoria. A Cinisi come a Ponteranica".

Duro anche il commento di Giovanni Russo Spena, responsabile giustizia del Prc, già segretario di Democrazia Proletaria nelle cui liste Impastato fu eletto, già morto, consigliere comunale. Russo Spena fu anche il coordinatore della relazione della commissione antimafia sull'omicidio del giornalista. " Il lavoro della commissione parlamentare antimafia fu un tributo anche alla famiglia. Per la prima volta in un caso di uccisione e di conseguente depistaggio il parlamento chiese scusa alle italiane e agli italiani. Questa rimozione è indegna".
"E' indegna per due motivi - spiega-: Il primo perché è un pezzo dello stato, i leghisti, un partito razzista incapace di comprendere la civiltà democratica, che ripete una infamia. Il secondo perché questo atto nasce probabilmente perché si stanno riaprendo inchieste molte importanti sugli intrecci tra mafia e politica, temute da Berlusconi. Oggi i leghisti sono il piedistallo servile del berlusconismo". Con questo atto, conclude Russo Spena, "si vuole dire che nella Lombardia di Mangano e delle connivenze, Impastato è un fastidio con la sua memoria. Atto incostituzionale, oltre che infame. Peppino un fastidio anche da morto".

Mentre, a Ponteranica, la minoranza in Consiglio comunale ha ipotizzato una raccolta di firme per chiedere di ripristinare la targa alla biblioteca, Rifondazione Comunista ha lanciato la proposta di organizzare una grande manifestazione popolare.

I maldipancia nella maggioranza. "Stavolta non è la solita sparata leghista. Perché forse, stavolta, l'hanno sparata davvero grossa". Inizia così un articolo pubblicato da Ffwebmagazine, il periodico online della Fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini. "Perché l'idea bizzarra di Cristiano Aldegani, sindaco della Lega Nord di un paesino del bergamasco, non ha più la dimensione linguistica del dialettismo ma tocca la sensibilità civica di un intero popolo - spiega l'articolo -. La sua iniziativa non è una bizzarria neoidentitaria. Ma una scelta infelice, sbagliata e culturalmente pericolosa, perfettamente coerente con una visione parziale, campanilistica e superficiale della storia".
L'articolo di Farefuturo è in crescendo e, nello scorrerlo, vi si legge tutta l'insofferenza verso quel "credo leghista" che sta tramutando il nostro paese in una poltiglia di micro localismi e interessi di condominio.
Perché citarlo su aprileonline? Negli ultimi mesi, il webmagazine ha anticipato tutti i temi che, oggi, sostanziano lo scontro politico e istituzionale tra il presidente della Camera Gianfranco Fini e il premier Berlusconi, sempre più ostaggio della "sindrome di Stoccolma" nei riguardi della Lega Nord: il testamento biologico, l'affaire delle escort (preludio allo scontro sul ruolo e l'eticità della politica), l'immigrazione e, di queste ore, lo scontro su magistratura e lotta alla criminalità organizzata. Scrivi a nuova, affinché suocera intenda...

lunedì 5 ottobre 2009

La democrazia mediatica

Come è ormai noto a tutti gli effetti della "video politica" stanno cambiando totalmente il modo di fare politica. Uno di questi effetti è che la televisione personalizza le elezioni. Sul video vediamo persone, non programmi di partito; e persone che sono costrette a parlare con il contagocce. Insomma la televisione ci propone persone in luogo di discorsi. Quando parlo di personalizzazione delle elezioni si intende che contano di più le facce, e che la personalizzazione diventa più generalizzata, dal momento che la politica "in immagini" si impernia sull'esibizione di persone. Il che vuol dire che la personalizzazione della politica si dispiega a tutti i livelli, inclusi il livello dei leader locali. La video politica tende a distruggere, dove più e dove meno, il partito, o quantomeno il partito organizzato di massa.
Non è solo che la televisione è strumento di e per candidati anziché medium di o per partiti; è anche che il rastrellamento dei voti non richiede più un'organizzazione capillare di sedi e di attivisti. Non intendo che i partiti spariranno, ma certo che la video politica riduce il peso dell'essenzialità dei partiti e per ciò li costringe a trasformarsi. Non è più indispensabile il cosi detto partito pesante, il partito leggero è sufficiente.
Un'altro aspetto è che la video politica, la televisione, privilegia "l'emotivazione" della politica e cioè una politica ricondotta e ridotta a grappoli di emozioni. Lo fa raccontando storie lacrimose e vicende commuoventi, e lo fa decapitando o marginalizzando sempre più le "teste parlanti". Il punto è, in generale, che la cultura dell'immagine generata dal primato del visibile è portavoce di messaggi "caldi" che, appunto scaldano le nostre emozioni, accendono i nostri sentimenti, eccitano i nostri sensi e, insomma, appassionano.
Appassionare e coinvolgere, far partecipare, creare sinergie. E per quanto la parola possa infiammare, essa è pur sempre meno riscaldante dell'immagine. Pertanto la cultura dell'immagine rompe l'equilibri tra passione e razionalità, e la politica emotiva, emotivizzata, riscaldata dal video, solleva e attizza problemi senza fornire nessunissima idea di come risolverli.
Democrazia vuol dire alla lettera, potere al popolo. Il problema è sempre stato di come e di quanto trasferire questo potere dalla base al vertice del sistema. Una cosa è la titolarità e tutt'altra cosa è l'esercizio del potere. Il popolo è titolare del potere ma in che modo è n grado di esercitarlo?
Nella democrazia rappresentativa il demos esercita il suo potere eleggendo chi lo governerà, in tal caso il popolo non decide quale sia la soluzione da dare alle questioni da risolvere, m si limita a scegliere chi lo deciderà. Il problema è che la democrazia rappresentativa non basta più, che c'è bisogno di più democrazia, il che vuol dire, in concreto dosi crescenti di direttismo, di democrazia diretta. Per fare questo però ad ogni incremento di "demo-potere", deve corrisponde un incremento di "demo-sapere". E qui il ruolo della televisione e dei midia gioca un ruolo fondamentale, che per oggi, visti i tempi che corrono, non credo sia assolutamente in grado di svolgere. Altrimenti la democrazia diventa un sistema di governo nel quale sono i più incompetenti a decidere, e cioè un sistema di governo suicida.

sabato 3 ottobre 2009

Acqua di rubinetto o acqua in bottiglia? Scegliamo con intelligenza

Lo spettacolo dei martiri dell’acqua minerale, che si affannano trascinando o caricando in auto pesantissime confezioni di bottiglie di acqua naturale liscia, tale e quale a quella che esce dal rubinetto, dovrebbe essere ormai così consueto da non sorprendermi più, invece non è così; ogni giorno continuo a pormi la domanda che non ha ancora trovato una risposta logica: “Perchè lo fanno?”.

Le uniche soluzioni possibili per tale quesito sono, a mio parere, due: la disinformazione e il gusto personale, e tra le due credo sia la prima a guidare la maggioranza delle scelte. Andiamo dunque a scoprire le differenze tra acqua “del Comune” e acqua minerale.

1) Il nome: una distinzione tra le due denominazioni è fuorviante, dal momento che anche quella del rubinetto è a tutti gli effetti “acqua minerale”, cioè proveniente da falde acquifere profonde e arricchitasi, nel suo percorso sotterraneo verso la sorgente, dei sali minerali caratteristici della zona di origine. La differenza tra le varie acque riguarda quindi solo la qualità e la quantità dei sali disciolti.

2) I benefici per la salute: le campagne pubblicitarie ci presentano ogni giorno gli effetti miracolosi dell’acqua imbottigliata, in realtà identici a quelli che può fornirci l’acqua del rubinetto.

L’acqua – quella dell’acquedotto come quella in vendita al supermercato - è depurativa, aiuta la digestione, stimola la diuresi e contrasta la stitichezza, idrata l’organismo – evitando i disturbi dovuti alla disidratazione che colpiscono nella giornata chi beve poco: sensazione di affaticamento, stanchezza muscolare, vertigini, cefalea -, migliora la salute della pelle, aiuta a mantenere il peso forma in quanto riduce l’appetito (spesso si confonde lo stimolo della sete con quello della fame) e, secondo i risultati di recenti studi scientifici, bere più di cinque bicchieri d’acqua al giorno riduce il rischio di infarto, nonchè di insorgenza di cancro al colon, alla vescica e al seno.

3) Le differenze qualitative. La principale classificazione tra le acque potabili è quella relativa al residuo fisso, ossia alla quantità dei sali disciolti (sodio, potassio, magnesio, cloruri, solfati, bicarbonati) che rimangono dopo aver fatto evaporare un litro d’acqua a 180 °C. In base a tale sistema si distingue tra acque: “ricche di minerali”, con residuo fisso maggiore di 1.500 milligrammi per litro; “minerali”, con residuo fisso tra 1.500 e 500 milligrammi per litro; “oligominerali”, con residuo fisso tra 500 e 50 milligrammi per litro; “minimamente mineralizzate”, con residuo fisso al di sotto dei 50 mg per litro.

Si considera ideale il consumo quotidiano di un’acqua oligominerale, con residuo fisso inferiore a 500 mg/l. L’associazione Altroconsumo ha condotto numerose inchieste sull’acqua potabile distribuita dagli acquedotti italiani e nessun campione prelevato dal rubinetto ha mai superato i 700 mg/l, rilevando che tale acqua è quasi sempre comparabile a quella oligominerale e che in ogni caso non vi è alcun fondato motivo per ritenerla meno salutare di quella di “marca”.

Senza contare che la legislazione italiana prevede norme più restrittive per le acque potabili comunali che per quelle commerciali: è consentito infatti alle acque “di marca” di contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio in quantità superiori a quelle dell'acqua potabile del rubinetto. Ad esempio l'acqua potabile del Comune non può contenere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, mentre nella maggior parte delle acque minerali sono contenuti 40/50µg/l di arsenico senza l'obbligo di dichiararlo sulle etichette. E ancora: nelle acque dell’acquedotto sono vietati i nitrati, che indicano la possibilità di inquinamento, mentre per le acque commerciali non vengono presi in considerazione nè segnalati in etichetta.

Nè va dimenticato che le acque “del sindaco” ricevono rigidi e continui controlli pubblici sotto il profilo igienico e del contenuto, mentre i controlli sulle acque commerciali sono effettuati principalmente dal produttore.

4) Miti relativi alle acque in bottiglia. Se non si soffre di patologie particolari, per le quali solo il medico può eventualmente consigliarne un tipo particolare, l’acqua del rubinetto è valida per la salute come e spesso più delle acque in bottiglia.


Consumo procapite di acqua minerale in Italia (litri)
Molti sono tuttavia i miti relativi all’acqua. Ad esempio gli ipertesi dovranno preoccuparsi assai più del sodio contenuto negli alimenti che non della quantità minima assunta con l’acqua. E comunque va riconosciuto che quella fornita dalla maggior parte degli acquedotti ha valori di sodio contenuti, senza significative differenze rispetto all’acqua in bottiglia.

Un luogo comune relativo alle acque ricche di minerali è che provochino calcoli renali, ma nessuna ricerca scientifica ha mai confermato quest’affermazione. Al contrario è dimostrato che le acque ricche di calcio siano utili per la crescita, così come per la formazione e il benessere delle ossa.

5) E per i bambini? E’ infondata la diffusa credenza di dover utilizzare acqua minerale all’indomani della nascita di un bebè. Scrive in proposito Vincenzo Calia, direttore di “Uppa. Bimestrale per i genitori scritto dai pediatri italiani”: “E vorremmo ancora aggiungere, questa volta da medici che si occupano di salute dei bambini: non esiste l'acqua speciale per i bambini; il latte in polvere si può diluire tranquillamente nell'acqua del rubinetto; e poi, quando il bambino cresce, ancora e sempre meglio la cannella della bottiglia!”

6) Questione di gusto. Se ad allontanarvi dall’acqua dell’acquedotto è un problema di gusto, va ricordato che con una spesa minima è possibile installare un filtro ad uso domestico che eliminerà l’eventuale cattivo sapore dovuto al cloro utilizzato per garantire la purezza dell’acqua: il filtro ha totale efficacia depurativa per il cloro attivo e per eventuali cloroderivati presenti e ripristinerà le qualità organolettiche dell’acqua senza alterarne il contenuto salino; eliminerà inoltre l’eventuale materiale in sospensione dovuto alla distribuzione lungo le tubature.

7) I costi e l’impatto ambientale. Ma allora qual è la vera differenza tra l’acqua del rubinetto e quella in bottiglia? Sicuramente il costo e l’impatto ambientale.


All’inizio degli anni ’80 in Italia si consumavano circa 50 litri a testa di acqua in bottiglia all’anno, oggi siamo arrivati a 190 litri l’anno per persona. Ma quanto la paghiamo? Se l’acqua di rubinetto ci costa circa 1 euro ogni mille litri, quella del supermercato viene in media dalle cinquecento alle mille volte di più.

Tutto ciò comporta inoltre un consumo annuo di oltre 7.000 milioni di bottiglie di plastica da un litro e mezzo a livello nazionale e il relativo traffico per trasportarle. Intanto le case produttrici investono 379 milioni di euro in spot pubblicitari (il costo dell’acqua è per le stesse praticamente irrisorio), tra i più segnalati e condannati dall’Antitrust come ingannevoli.

Quindi a pensarci bene investiamo circa 260 euro l’anno a famiglia per comprare acqua, ma in realtà paghiamo la plastica della bottiglia e dell’imballaggio, la benzina del trasporto e la pubblicità per incantarci. Ne vale la pena?


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