ESSERE PARTE ATTIVA, PROTAGONISTI E NON OSPITI DEL NOSTRO TEMPO!

martedì 30 marzo 2010

Divertimento Sicuro.... Continua


Divertimento Sicuro, continua la campagna di sensibilizzazione dell'associazione Trecentosessanta di Cirò Marina, a favore del bere responsabile verso i giovani. Domenica mattina si è svolto a Palazzo Porti un convegno del medesimo tema, dove al tavolo dei relatori, oltre che al proprio Presidente, Antonio Pace, l'associazione ha provveduto a far intervenire tutti gli artefici che hanno permesso a
Trecentosessanta di realizzare il primo atto del del progetto Divertimento
Sicuro, nel giorno di Santo Stefano dello scorso anno, e cioè:
il dirigente dell'ASP di Crotone Dott. Carmine Spadafora, il dirigente medico
della questura crotonese Dott. Salvatore Pontieri, oltre
che al Sindaco di Cirò Marina Dott. Nicodemo Parrilla e all'assessore
regionale alle attività produttive l'On. Francesco Sulla.
Il sala, dove è stato proiettato un video di sensibilizzazione realizzato da
Trecentosessanta, che la stessa associazione provvede a far
girare su internet nei social network, Antonio Pace, che in considerazione del
fatto che per Trecentosessanta si trattava della prima
uscita pubblica, ha voluto innanzitutto fare un cenno di cosa sia
l'associazione - "Trecentosessanta vuole essere per i giovani di Cirò
Marina un luogo, un luogo in cui incontrarsi, discutere e affrontare i
problemi della propria città"- volendo però precisare - "che
Trecentosessanta conosce le proprie potenzialità e che le iniziative promosse
non sono di sola propaganda e nel motivo di raccogliere
consensi, ma di sola e vara concretezza"-. Il convegno è stato organizzato per
dare un seguito al progetto Divertimento Sicuro,
cercando di coinvolgere famiglie, che per ogni tema riguardante i giovani,
rappresentano il primo punto di appoggio, la scuola che deve
tornare ad essere un luogo oltre che di didattica anche di educazione, gli
Enti Locali, alla quale Trecentosessanta si è rivolta con una
proposta scritta riguardante sei punti cruciali da trattar (la modifica
dell'orario delle ore del divertimento, norme per la vendita di
sostanze alcoliche,potenziamento delle misure di sicurezza, impegno di mezzi
di trasporto alternativi, sensibilizzazione sul tema
sicurezza, agevolazioni al settore lotta e abusivismo), e soprattutto ai
gestori dei locali, essendo loro i principali protagonisti di iniziative
a gestire i luoghi del divertimento giovanile.
All'intervento di Antonio Pace, è seguito quello del Dott. Carmine Spadafora
che ha espresso tutto il suo interesse a continuare a
stabilire una linea di collaborazione con Trecentosessanta, ritenendosi molto
entusiasta del lavoro svolto dall'associazione,
raccontando anche esperienza e di vita e di lavoro tutte sul medesimo campo
riguardante l'educazione al bere responsabile.
Il convegno ha anche avuto l'interessante e apprezzabile intervento del Dott.
Salvatore Pontieri, della questura di Crotone, che ha
mostrato tutte le tecniche utilizzate dalle forze dell'ordine nel tentativo di
arginare il problema delle stragi del sabato sera, mostrando
diapositive delle tecniche utilizzate, e dando alcuni numeri sull'entità del
problema, che hanno esposto un dato molto duro quanto
purtroppo accertato - " ogni anno per le strade italiane muoiono 7000 giovani
l'anno in incidenti dovuti all'eccesso di alcol nel
sangue"-.
Sono poi intervenuti le due figure istituzionali presenti che hanno aiutato
Trecentosessanta a realizzare il progetto. Il Sindaco Parrilla a
voluto dare i suoi complimenti per il lavoro svolto da Trecentosessanta fin
qui, mostrandosi gia da tempo come sostenitore
dell'associazione e delle iniziative promosse, offrendo il proprio appoggio
per la riuscita del progetto Divertimento Sicuro.
Ha chiudere l'intervento dell'On. Sulla, che oltre a fare anch'egli i
complimenti all'associazione, ha voluto soffermarsi sul fatto che
esigono provvedimenti seri da parte della politica su tematiche del genere e
ritenendo l'impegno dei giovani di Trecentosessanta come
modello per tutta la comunità ciromarinese ha voluto esprimere tutto i suo
impegno nel mettere in campo le proprie capacità per
portare avanti l'iniziativa offrendo il suo massimo supporto.
Il presidente di Trecentosessanta, Antonio Pace, ha volto ringraziere tutte le
istituzioni presenti al convegno, sentendo da parte loro
soprattutto una avvicinanza all'associazione e soprattutto mostrando
sensibilità nei confronti ai temi trattati da essa.

venerdì 26 febbraio 2010

Il progetto Scuola&Volontariato


Venerdì 26 Febbraio è andato in scena uno degli incontri previsti per il conseguimento del progetto Scuola&Volontariato realizzato dall'Associazione Trecentosessanta di Cirò Marina. L'incontro è avvenuto con le classi della scuola media inferiore Casoppero, alla quale hanno preso parte oltre che ai rappresentati di Trecentosessanta, quali Andrea Doria e Giuseppe Pugliese, hanno anche anche contribuito ad alimentare il dibattito il presidente dell'associazione La Speranza, Franco Castiglione e la dott.ssa Aloisio, in qualità di relatrice. Il tema trattato nell'occasione è quello della disabilità affiancato a quello del volontariato. Il segratario di Trecentosessanta Giuseppe Pugliese, che ha moderato il dibattito, è intervenuto per spiegarè le finalità e gli obiettivi che l'associazione Trecentosessanta intende raggiungere col progetto.
Il progetto “Scuola & Volontariato” nasce dall’esigenza di dare centralità alla promozione della cittadinanza solidale e della partecipazione democratica nei ragazzi della città. Unitamente al bisogno di sviluppare sentimenti solidarietà e sensibilizzazione al volontariato e di promuovere la partecipazione attiva cittadinanza, c’è l’urgenza di favorire occasioni di formazione e di dialogo al fine di creare momenti significativi per la crescita del singolo. Il volontariato è inteso come momento caratteristico per costruire relazioni importanti con l’altro, per sviluppare atteggiamenti solidali, per imparare la gratuità del dono; la sua forte componente valoriale, la capacità di anticipare rispondere ai bisogni emergenti può essere una tappa importante per la prevenzione contro devianze giovanili, coinvolgendo gli stessi giovani in attività di partecipazione dinamica.
Andrea Doria, in qualità di relatore dell'associazione, oltre che portatore di esperienza del suo vissuto da diversamente abile, che ancora vive, marcando i toni della mancata presenza sul territorio di personale tecnico specifico specializzato, pone l'accento sul fatto che, a tal proposito, è da perseguire l'unica forma solidale assistenziale sul territorio, e cioè il volontariato spontaneo, che esce fuori solo da una campagna di sensibilizzazione su tutto il tessuto sociale, a cominciare dai giovanissimi, cosa che Trecentosessanta col suo progetto vuole fare. A chiudere il dibatti, i responsabili dell'associazione La Speranza, Franco Castiglione e la dott.ssa Aloisio, hanno presentato l'operato svolto dalla loro attività nell'arco degli otto anni dalla loro costituzione, illustrando tutte le sfide e le battaglie da loro perseguite, invitando i ragazzi a visitare la loro struttura in una giornata dedicata anora alla sensibilizzazione.
Il Presdiente di Trecentsessanta, Antonio Pace, oltre che ringraziare l'associazione La Speraza e i dirigenti della scuola media inferiore Casoppero, promuove il concetto della vita indipendente che non è semplice, perché richiede un cambiamento culturale nella società: la vita indipendente deve essere un obiettivo realizzabile, ma perché questo accada occorre un impegno forte, soprattutto da parte
nostra, che dobbiamo crederci profondamente, è necessario una forte determinazione, una grande fiducia in se stessi, un intenso sforzo di collaborazione con chi ci sta accanto per aiutarci a superare le nostre difficoltà, il sostegno pubblico per questo è indispensabile, ogni società civile dovrebbe prevedere per le nostre famiglie delle forme di aiuto, diretto e indiretto, che siano costantemente finanziate e sui quali vada effettuato un continuo controllo di efficienza, per evitare dispersioni di risorse o un utilizzo
poco efficace. Ai progetti di sostegno serve continuità: non si può fare affidamento su un aiuto solo per periodi brevi di tempo, perché nella disabilità di cui parliamo si può progredire ma difficilmente si guarisce, l’aiuto è quindi necessario sempre.

martedì 26 gennaio 2010

27 Gennaio: Il Giorno della Memoria

Sessantacinque anni fa, il 27 gennaio 1945, venivano aperti i cancelli di Auschwitz. Le immagini che apparvero agli occhi dei soldati sovietici che liberarono il campo, sono impresse nella nostra memoria collettiva. Ad Auschwitz, come negli innumerevoli altri campi di concentramento e di sterminio creati dalla Germania nazista, erano stati commessi crimini di incredibile efferatezza. Tali crimini non furono commessi solo contro il popolo ebraico e gli altri popoli e categorie oppressi, ma contro tutta l’umanità, segnando una sorta di punto di non ritorno nella Storia.
L’uomo contemporaneo, con il suo grande bagaglio di conoscenze, nel cuore del continente più civile e avanzato, era caduto in un baratro. Aveva utilizzato il suo sapere per scopi criminali, tramutando quelle conquiste scientifiche e tecnologiche, di cui l’Europa era allora protagonista indiscussa, in strumenti per annichilire e distruggere intere popolazioni, primi fra tutti gli ebrei d’Europa.
Da quel trauma l’Europa e il mondo intero si risvegliarono estremamente scossi. Si domandarono come era stato possibile che la Shoah fosse avvenuta. E, soprattutto, quali comportamenti e azioni mettere in atto per scongiurare che accadesse di nuovo.
Dalla consapevolezza dei crimini di cui il nazismo si era macchiato nacque nel 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani, promulgata dalle Nazioni Unite allo scopo di riconoscere a livello internazionale i diritti inalienabili di tutti gli uomini in ogni nazione.
La consapevolezza di ciò che era stato Auschwitz fu tra gli elementi fondamentali per la costruzione, identitaria prima ancora che giuridica, della futura Europa unita.
Scriveva il filosofo Theodor Adorno che dopo Auschwitz sarebbe stato “impossibile scrivere poesie”, intendendo rendere l’idea di quali implicazioni radicali comportava assumersene la responsabilità, negli anni della ricostruzione e della nascita dell’Europa unita.
Era indispensabile stabilire con esattezza ciò che l’Europa non sarebbe stata. Alle radici dell’impostazione ideale dell’attuale Unione Europea c’è il rispetto per la dignità umana e il rigetto per ciò che era accaduto, sia prima che durante la guerra, a causa di idee razziste e liberticide. Auschwitz è la negazione dei principi ispiratori dell’Europa coesa, economicamente, socialmente e culturalmente avanzata che conosciamo oggi.
Il 27 gennaio 2010 il Giorno della Memoria si celebra in Italia per la decima volta. Dieci anni sono passati da quando fu chiesto all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di partecipare all’attuazione delle iniziative, promosse dalle istituzioni dello Stato italiano e in particolare dal Ministero dell’Istruzione, che avrebbero caratterizzato lo svolgimento di questa giornata. Oggi il Giorno della Memoria è diventato un’occasione fondamentale, per le scuole, di formare tanti giovani tramite una importante attività didattica e di ricerca.
Da allora l’ebraismo italiano si è a più riprese interrogato sul modo di proporre una riflessione che non fosse svuotata dei suoi significati più profondi, riducendosi a semplice celebrazione. Al di là delle giuste, necessarie parole su Shoah e Memoria, crediamo infatti che occorra cercare di perpetuare il senso vero di questo giorno.
Molti sono stati in questi anni gli studi, gli articoli, le riflessioni, le pubblicazioni di studiosi e intellettuali che hanno tentato di definire e ridefinire costantemente il senso della Memoria.
Esiste infatti una problematica della relazione tra Storia e Memoria. La Shoah è ormai consegnata ai libri di Storia, al pari di altri avvenimenti del passato. Pochi testimoni sono rimasti a raccontarci la loro esperienza. Si potrebbe ipotizzare una Memoria cristallizzata nei libri, come un evento importante ma lontano nel tempo, da studiare al pari di qualsiasi altro capitolo di un libro scolastico, con il rischio di rendere distante il significato e la ragione vera per cui il Giorno della Memoria è stato istituito per legge.
L’umanità esige che ciò che è avvenuto non accada più, in nessun luogo e in nessun tempo. E’ di enorme importanza che le nuove e future generazioni facciano proprio questo insegnamento nel modo più vivo e partecipato possibile, stimolando il dibattito, le domande, i “perché” indispensabili per la comprensione di quei tragici eventi.
Scriveva la filosofa Hannah Arendt, che il male non ha né profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.

La filosofa che forse più in profondità ha studiato le aberrazioni del nazismo, coniando quella ormai famosa espressione, “la banalità del male”, riferita a uno dei principali esecutori della Shoah, dà una definizione di tetra neutralità e ignavia a chi non pensa, a chi non riflette, a chi non ha idee proprie, a chi non dà valore e giudizio alle proprie azioni e alle loro conseguenze. La Arendt collega il “bene” direttamente al pensiero, fonte vitale di comprensione del mondo.
Favorendo noi una riflessione vivace nei ragazzi, renderemo forse il servizio migliore a questo Giorno che, per essere vissuto nel modo più autentico, necessita di un pensiero non statico, non nozionistico.
Occorre fornire alle nuove generazione gli strumenti, anche empirici, per riflettere su cosa l’umanità è stata in grado di fare, perché non accada mai più.

Questo, forse, è il senso più vero del Giorno della Memoria, ed è un bene prezioso per tutti.



Goti Bauer

Goti Bauer, residente a Fiume, fu arrestata in provincia di Varese con il padre, anziano ed infermo ed il fratello, mentre cercavamo di attraversare il confine italo-svizzero; rinchiusa nel campo di Fossoli, venne deportata ad Auschwitz nel maggio 1945. Fu liberata a Theresienstadt il 9 maggio 1945

Goti Bauer, Una vita segnata, in Voci della Shoah, Firenze, 1996.

Dicevano che eravamo diretti ad un campo di lavoro; come avremmo potuto credere che dei bimbetti, dei neonati, dei malati servissero a questo scopo? Alle nostre domande non venivano date risposte plausibili; non era importante convincerci, era importante tenerci tranquilli perché non esplodesse il panico (.).

Eravamo stretti come sardine, più di cinquanta per vagone, ogni giorno più disperati, più rassegnati. Ricordo il ribrezzo per i primi pidocchi che ci trovammo addosso, le cimici intorno. Lo sferragliare del treno copriva i singhiozzi sommessi delle madri, non i pianti disperati dei bimbi. Avevano fame, avevano tanta sete, non avevano il minimo spazio per muoversi. Ricordo la folle tentazione di fuggire che mi prese ad Ora, prima del Brennero, dove ci fecero scendere per qualche momento. Non osai. Cosa sarebbe successo agli altri, ammesso che vi fossi riuscita? Sì, perché secondo il codice nazista per ogni infrazione non pagava solo il colpevole ma quanti gli stavano intorno (.).

Il viaggio durò una settimana, la sera del 22 maggio arrivammo a Birkenau (.).



C'erano (.) anche le guardie SS con i cani lupo a controllare che tutto funzionasse e che la disciplina fosse rispettata. Quei cani erano addestrati apposta per azzannare e sbranare i trasgressori.

La mia squadra fu per un certo tempo adibita alla bonifica di terreni paludosi sulle rive della Vistola. Il luogo era a parecchi chilometri da Birkenau: vi andavamo a piedi, in fila per cinque e guai a chi non teneva il passo. Dovevamo prosciugare la zona acquitrinosa, svuotandola a palate dalla melma e riempiendola di ghiaia che altre prigioniere ricavavano macinando pietre in grosse trituratici azionate a mano.

Qualche settimana dopo ci mandarono più lontano, a molti chilometri di distanza da Birkenau. Ci portavano nei camion, dovevamo approntare strutture difensive per l'esercito del "grande Reich", in vista del fronte russo che si stava avvicinando. Eravamo nell'agosto del 1944 ed era già in atto la ritirata tedesca. Scavavamo trincee, un lavoro pesantissimo che diventava di giorno in giorno più tremendo via via che le condizioni climatiche peggioravano. In Polonia l'autunno e poi l'inverno arrivano molto prima che da noi, per cui al freddo, sotto l'acqua, vestite di stracci, con le SS sul bordo della fossa a controllare che la pala fosse abbastanza piena, era un indescrivibile supplizio. Non ci pensavano due volte ad aizzarti contro il cane e quando succedeva, la malcapitata veniva riportata al campo a braccia e quasi mai sopravviveva. In lontananza vedevamo una bianca casetta di contadini. Sembrava un miraggio, gente vi entrava, gente ne usciva: era la vita. Dal camino saliva un lieve filo di fumo: immaginavi la pentola sulla stufa, la famiglia riunita intorno al desco. Ricordo quella casa come il più grande desiderio che io abbia mai avuto: potervi arrivare, nascondermi, scaldarmi al tepore di quella stufa, passarvi il resto dei miei giorni.
A mezzogiorno c'era una sosta e ci veniva dato un mestolo di zuppa di rape. C'è chi sorseggiava quella brodaglia lentamente per farla durare più a lungo e chi invece la trangugiava in fretta perché non resisteva un minuto di più. Chissà cosa avremmo fatto per averne un altro mezzo mestolo, tanta era la nostra insaziabile fame.

domenica 27 dicembre 2009


Il successo di Divertimento Sicuro dell'Associazione Trecentosessanta
Il progetto realizzato dai ragazzi di Trecentosessanta come monito per le Istituzioni


L'iniziativa nasce dalla volontà di educare i giovani che abitualmente bevono in modo smodato per ricondurli al bere consapevole e responsabile. Educare al consumo responsabile dell’alcol per favorire ed incoraggiare comportamenti corretti durante la fruizione del tempo libero e nei momenti di svago. Un progetto creativo ed originale per promuovere atteggiamenti positivi nei confronti dell’alcol per i giovani che abitualmente ne abusano.
La giornata di Santo Stefano dedicata ai giovani e alla loro tutela ha previsto un gazebo in Piazza Diaz dove sono stati distribuiti una serie di brochiure e dove si è fatta informazione sull'iniziativa, in serata l'Associazione ha messo a disposizione un Bus navetta che ha offerto il cosi detto servizio Discobus che portava in tutta sicurezza i ragazzi dalla città verso la discoteca e che a fine serata li ha accompagnati a casa, da registrare che almeno una ventina di ragazzi hanno usufruito di tale servizio, che come esperimento può essere considerato assolutamente sufficiente. In sala, invece, si sono distribuiti i braccialetti per individuare il guidatore designato, e si è fatto l'alcol-test, dove il 65% ha mantenuto la promessa di non bere alcolici, almeno nei limiti della legge, segno che i ragazzi in gran parte hanno bene percepito il segnale ma allo stesso tempo che ancora molto si deve fare.
Pur nella consapevolezza che le iniziative in programma non rappresentano la soluzione del problema, restano pur sempre un modo concreto per incominciare ad acquisire consapevolezza del fenomeno. Proporre modi diversi del bere responsabile e promuovere forme alternative di sano divertimento nel rispetto delle regole,è un modo per dare esempi positivi che influiscono sul comportamento dei giovani.
Il progetto è stato costruito su iniziative che partono dal protagonismo dei giovani per dare testimonianza di come sia possibile socializzare, divertirsi e fare festa attraverso un approccio responsabile e sobrio. -"Orientare i giovani alla cultura della responsabilità e della legalità, è l’obiettivo assunto dal nostro gruppo per educare i giovani a vivere e a crescere con i valori che orientano le scelte di un vivere sano e responsabile"-, è il messaggio che lancia Antonio Pace, presidente di Trecentosessanta, che ribadisce ancora che -"il progetto è pensato anche come monito per le Istituzioni locali, provinciali e regionali ad investire in iniziative di queso tipo, in maniera diretta o indiretta, utilizzando magari l'aiuto di tante associazioni che, come la nostra, credono nei sani progetti come questo"-.
La valenza educativa di questo progetto lancia un forte messaggio a tutti, ma specialmente a coloro che abusano di alcol:la consapevolezza di non trasformare i momenti di gioia in momenti di tristezza. Fermarsi un attimo, ascoltare e riflettere, vuol dire anche acquisire consapevolezza che ci si può divertire anche senza lo sballo.
E' chiaro la riuscita del progetto ha visto in campo la partecipazione di diversi attori, il patrocinio del comune, l'Associazione Trecentosessanta e i gestori del locale, fondamentale quest'ultimo alla riuscita dell'iniziativa, la responsabilità dei gestori è determinante per il buon esito di questa iniziativa e tutti devono contribuire a trasmettere creativamente e costruttivamente modelli positivi di un bere responsabile e di un sano divertimento. E’ un’iniziativa che non può che accrescere l’immagine del locale in termini di sensibilità etica, sociale e culturale.
L'Associazione Trecentosessanta ringrazia per il sostegno e la partecipazione L'Asl Magna Grecia di Crotone, l'Amministrazione Comunale di Cirò Marina e la regione Calabria.

giovedì 24 dicembre 2009

DIVERTIMENTO SICURO


La valenza educativa di questo progetto lancia un forte messaggio a tutti, ma specialmente a coloro che abusano di alcol:la consapevolezza di non trasformare i momenti di gioia in momenti di tristezza. Fermarsi un attimo, ascoltare e riflettere, vuol dire anche acquisire consapevolezza che ci si può divertire anche senza lo sballo.
Le attività pensate per questo progetto hanno lo scopo di indurre i giovani ad una seria riflessione sulle conseguenze di un bere smodato e irresponsabile. L’iniziativa di accompagnare i giovani in discoteca e riaccompagnarli a casa, il progetto prevede l’individuazione del guidatore designato come azione responsabile e matura per la propria e l’altrui incolumità.
La responsabilità dei gestori è determinante per il buon esito di questa iniziativa e tutti devono contribuire a trasmettere creativamente e costruttivamente modelli positivi di un bere responsabile e di un sano divertimento.
La famiglia rappresenta oggi una grande sfida culturale ed educativa. Minacciata dal diffuso relativismo etico e da processi di delegittimazione istituzionale, è spesso considerata da molti giovani unicamente come base di sostegno economico, mentre sembra arretrare nel suo ruolo di orientamento e di iniziazione alla vita adulta. Il ruolo degli educatori non è quello di sostituirsi alla famiglia, ma di aiutare i giovani ad interiorizzare quei valori che orientano al vivere sano e responsabile.
Trecentosessanta nel progetto Divertimento Sicuro propone manifestazioni di piazza, distribuisce gadget, come i braccialetti per il guidatore designato e controlli del tasso alcolico con l’etilometro, e profilattici per sensibilizzare i giovani al problema delle malattie sessualmente trasmissibili, e inoltre istituisce un convegno sul progetto.
Educare non è mai stato facile, ma oggi è molto più faticoso perché società e cultura sono sempre più costruite dai mezzi di comunicazione di massa che diffondono stili di vita distorti ed irreali che generano dubbi e incertezze. Diventa difficile proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti spendere la propria vita.
È necessario soffermarsi sui giovani, sincronizzarsi con il loro mondo, il loro sentire, accordarsi con i loro desideri più veri. Prendesi cura dei giovani significa sostenerli nella crescita valoriale affinché possano ritrovare strade che sappiano restituire il ruolo di protagonisti attivi del proprio esistere.
Programma
26 dicembre ore 10:30 Gazebo in Piazza Diaz
26 Dicembre ore 23:00 Servizio DiscoBus
26 Dicembre presso Donna Germana punto informativo all'interno del locale

sabato 5 dicembre 2009

La lezione del volontariato che lo Stato non riesce a capire

E opinione diffusa che i volontari svolgono un'attività preziosa nel tenere insieme un tessuto sociale sempre pi sfilacciato, ma raramente trovano un sostegno serio ed importante negli enti pubblici locali. Troppi Comuni applicano in modo perverso il principio di sussidiarietà: tendono cioè a fare tutto direttamente, chiedono aiuto alle associazioni di volontariato solo quando non ce la fanno da soli. Questo è un modo rovesciato di intendere il principio di sussidiarietà nel sociale, perché alza i costi degli interventi e ne diminuisce la produttività e l'utilità. Il modo corretto dovrebbe essere di lasciar fare le cose a chi è sul campo, vicino al problema ed ai bisogni, e sostenere in modo serio e sistematico le azioni di pubblica utilità.
Il volontario oggi non è un intruso che si intrufola nei vuoti lasciati dallo Stato, ma fa cose che lo Stato non è (e non sarà mai) capace di fare. E le fa molto più economicamente dello Stato e degli enti locali (per vari motivi ed in primo luogo per il grandissimo valore economico apportato dai membri del volontariato non retribuiti e per una generale sobrietà di stipendi e di costi generali).
Ci sono spinte ideali che meritano attenzione, c'è un elenco infinito di buone pratiche a favore di minori, anziaffi, disabili, extracomunitari, senzatetto. Per tutto questo è giusto pretendere non un'elemosina, ma una contribuzione, un corrispettivo solido, stabile, affidabile, che permetta di programmare e lavorare con una certa sicurezza. Lo Stato non ha ancora capito che onorare puntualmente il 5 per mille non è dare un'elemosina, ma fare un'operazione economicamente e socialmente vantaggiosa. Accanto alle ottuse inadempienze deilo Stato i rapporti restano, in genere, insoddisfacenti anche con gli enti locali che gestiscono gran parte dei servizi sociali. Quando affidano questi servizi all'esterno, spesso le burocrazie locali preferiscono accordarle ad affaristi del settore o in
base al principio di affiliazione perché così luerano bustarelle o altre utilità. Se affidassero, in modo sistematico e programmato lavori di assistenza sociale, manutenzione urbana, servizi vari alla persone e di promozione turistica, a cooperative cli giovani create e guidate da quelli che si possono anche Onorare puntualmente il 5 per mille non è dare un'elemosina, ma fare un'operazione vantaggiosa.
Anche il volontariato ha difetti da correggere: scarsa managerialità, inquinamento ideologico, frammentazione.
Formulate le giuste e necessarie critiche allo Stato e agli enti locali, il settore deve essere capace anche di una seria autocritica. Ci sono
errori da correggere che vengono dal passato, come il non aver rivendicato, con dignità, un ruolo importante per il buon funzionamento della società e dell'economia, accontentandosi di un ruolo subordinato, basato sulle elemosine piuttosto che su dovuti corrispettivi per la funzione svolta (come dovrebbe essere il 5 per mille). E poi: la precarietà finanziaria; la scarsa managerialità; l'inquinamento politico ideologico; l'eccessiva frammentazione; la grande confusione tra i vari soggetti che rientrano, in modo ormai troppo indistinto, nel concetto di terzo settore. L'inquadramento serio, costruttivo e impegnato del volontariato nell'ambito dell'economia e della società italiana è tema di grande interesse nazionale anche perché tanti sono i giovani che, attratti verso il settore dalla spinta di una visione generosa della vita, devono trovare un ambiente che ne favorisca la crescita umana e professionale, che non li umili e li respinga. In un
Paese dove spesso la sopraffazione e l'appartenenza (alle varie cordate) sembrano paganti, la lezione dei volontari ci insegna che generosità, onestà e altruismo restano valori fondamentali per riempire di fiducia e di speranza la vita e il futuro di un Paese.

sabato 28 novembre 2009

Salviamo il nostro patrimonio culturale


"""I Mercati Saraceni sono testimonianza di un lungo periodo storico condizionato dal terrore delle scorrerie saracene. Le orde arabe, alle quali nel XVI secolo succedettero quelle turche, conseguenti all'espansionismo ottomano nel Mediterraneo, costrinsero ottomano nel Mediterraneo, costrinsero le popolazioni della costa calabrese ad abbandonare i litorali insicuri per rifugiarsi nei villaggi dell'entroterra arroccati su alture dai fianchi ripidi, circondati da gole e burroni, serrati tra possenti mura e protetti spesso da un castello. A protezione delle coste, furono edificate le torri d'avvistamento.
Due sopravvivono ancora a Cirò Marina: la Torre Nuova e la Torre Vecchia. Quest'ultima, più antica ma meglio conservata, risalirebbe al IX secolo; fu eretta su un formidabile punto d'avvistamento: il promontorio di Madonna di Mare. La Torre "Nova", invece, per richiesta del feudatario di Cirò, Vespasiano Spinelli, fu edificata a protezione della zona a sud di Cirò Marina, nel 1596; lo attesta un documento che rivela la volontà del viceré spagnolo D'Alcalà di potenziare il sistema difensivo nella Calabria Ultra e Citra con nuove torri, tra le quali una ed il restauro di quelle preesistenti.
L'esigenza era esplosa prepotente dopo le rovinose incursioni subite dal territorio. Per la copertura delle spese, fu imposta una forte tassazione a tutte le Università (Comuni) poste a meno di 12 miglia dalla costa; queste dovevano provvedere anche alle spese di manutenzione, per l'artiglieria al mantenimento del corpo di guardia e dei "cavallari", che avevano il compito di correre veloci e dare l'allarme ai borghi in caso di pericolo. Le due Torri di Cirò Marina hanno forma quadrangolare. La Torre nuova è peggio conservata - forse anche a causa delle truffe operate dai costruttori dell'epoca, che ricorrevano frequentemente a materiale di scarto. Non aveva un'entrata e quindi vi si accedeva solo attraverso un ponte levatoio. All'interno, il locale del piano inferiore era adibito a cucina con l'imponente camino che serviva anche per riscaldare l'ambiente d'inverno."""


Questo è quanto si evince dalla pagine di internt ed è quanto i mercati saraceni e le Torri hanno rappresentato in passato. Ma la domanda è: cosa rappresentano per noi oggi e ancora quanta importanza assumono i beni culturali nell’ambito delle economie locali?
Il patrimonio culturale, costituisce una sorta di DNA della comunità, in quanto memoria del passato ed eredità di conoscenze, ed è quindi necessario non considerarlo come un elemento separato dal contesto su cui viene ad incidere. Occorre, pertanto, considerare il territorio nella sua globalità, come insieme di passato e presente, di beni culturali e di paesaggio, di attività economiche e abitudini di vita.
L’elemento essenziale che contraddistingue il fenomeno dello sviluppo locale è da ricercare nella capacità dei soggetti istituzionali locali di cooperare per avviare percorsi di sviluppo condivisi che mobilitino risorse e competenze locali. Protagonismo dei soggetti locali che favorisce lo sviluppo solo allorquando riesce ad attrarre in modo intelligente risorse esterne o allorquando è in grado di cogliere le opportunità che la globalizzazione dei mercati offre alle nuove strategie di produzione di beni e servizi che valorizzino specifiche competenze e beni comuni.
I beni culturali costituiscono una componente essenziale del territorio e del paesaggio, pertanto entrano a pieno diritto nel contesto antropico contemporaneo e ne rappresentano un dato, della cui esistenza non può prescindere neppure chi non voglia attribuirvi alcun valore dal punto di vista culturale. Nella nostra società, l’interesse recente e crescente per i beni culturali e per il recupero dei luoghi – memoria nasce essenzialmente dal rispetto delle proprie origini e dalla consapevolezza che essi rappresentano un patrimonio inalienabile e irripetibile di valori storici, ambientali e artistici da conservare, ordinare e proteggere affinché non si perdano le tracce di quella ricchezza di testimonianze che forma la nostra comune identità culturale.
Occorre, quindi, assicurare alle generazioni future la fruizione del patrimonio culturale di cui si dispone, ponendo molta attenzione alla sua funzione di testimonianza del passato oltre che a quella di fonte di sviluppo economico.
Per raggiungere tali obiettivi è necessaria la partecipazione attiva delle forze della cultura e di tutti coloro che svolgono un ruolo attivo nella moderna società. Bisogna favorire una politica che promuova l’interscambio tra i beni, il loro territorio e la collettività. Pertanto, è necessario che i relativi provvedimenti di tutela e valorizzazione siano inquadrati in un contesto programmatico sufficientemente coordinato e orientato in un’ottica che eviti lo svuotamento dei luoghi e, allo stesso tempo, controlli l’intera fenomenologia che in senso economico, sociale, culturale e funzionale condiziona direttamente e indirettamente la conservazione della tradizione storica di una comunità.
La cultura, dunque, non sembra più suscettibile di una visione del tutto estranea alle logiche generali che governano i fenomeni di sviluppo locale, ma costituisce, essa stessa, un fattore attivo di crescita socio-economica di un territorio. Si tratta, quindi, di orientare l’azione di programmazione verso processi che includano, nella politica culturale, obiettivi non solo connessi alla tutela ma anche alla valorizzazione e alla promozione, e di puntare su interventi in grado di coinvolgere mettendo a “sistema” tutte le risorse, umane, materiali e immateriali, disponibili in tale ambito e su modelli di gestione unitaria ed integrata del patrimonio culturale, turistico e ambientale di un territorio al fine di conseguire qualità dei servizi, efficienza nella spesa, economie di scala e capacità di aggregazione della domanda.
Da tutte queste considerazioni emerge la pressante necessità di adottare un modello di sviluppo nel quale valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale occupino una nuova centralità all’interno delle politiche territoriali e una rilevanza strategica nei processi di organizzazione del territorio. Dall’intreccio tra economia e beni culturali scaturisce anche la non trascurabile ricaduta economica, per esempio, dei potenziali flussi di turismo alimentati dalla particolare attrattiva delle testimonianze del passato. Il turismo culturale, anche se non rappresenta l’obiettivo principale degli interventi, costituisce, però, un valido supporto per la valorizzazione e riqualificazione ambientale, promuovendo e stimolando operazioni di recupero e salvaguardia del patrimonio culturale ed esercitando azioni di richiamo su numerose attività economiche.
Salvaguardia, conservazione e valorizzazione dei beni culturali, insomma, si impongono sia per ragioni culturali e morali sia per le implicazioni economiche e sociali che ne derivano. Infatti, oltre a provocare un flusso di consistenti masse di turisti sembrano in grado di assorbire nuova occupazione, soprattutto giovane, e al tempo stesso di garantire competitività al territorio nel contesto generale.


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